Scopri tutti gli eventi in città

Yerevan, Armenia, 24 aprile 2015. La collina a ovest della capitale, il Dzidzernagapert, il Forte delle Rondini, è il luogo dove si concentreranno le manifestazioni per la commemorazione della grande tragedia che ha segnato la storia del popolo armeno. Qui giace il memoriale a ricordo delle vittime di quello che per ogni armeno è il Mets Yeghern, il “Grande Male”. Cent'anni fa i Giovani turchi iniziavano il loro piano di unificazione etnica e religiosa della Turchia, che prevedeva l'allontanamento delle minoranze, in particolare quelle di religione diversa dall'islam. Il popolo armeno, cristiano ortodosso e storicamente radicato in Anatolia, diventò il principale bersaglio del loro progetto, che dal 24 aprile 1915, quando iniziarono a venire arrestate e deportate le guide spirituali e politiche della comunità armena, portò alla scomparsa di circa un milione e mezzo di persone.

Oggi, l'Armenia è un paese che vive nel ricordo. Quello che è successo è inciso profondamente non solamente nella storia del paese, ma è diventato parte integrante e dolorosa dell'identità armena. La memoria continua a vivere non solo in ogni famiglia, nel racconto delle storie degli avi perduti, e in campo educativo, politico e culturale. I giovani armeni percepiscono il dolore in prima persona, dentro di sé. “Essere nato in un altro periodo storico non mi allontana dalla paura, dal terrore e dalla devastazione che i nostri nonni e bisnonni hanno vissuto - spiega T.M. un giovane armeno - Non ho mai provato il dolore fisico su di me, non so cosa voglia dire essere affamato per mesi, sentire i colpi di frusta sulla mia pelle, vedere i miei parenti massacrati davanti ai miei occhi, ma il dolore che vive nel profondo di me è enorme e potente, passa attraverso i geni, di generazione in generazione. È come avere un ingombrante osso bloccato nella propria gola, che non ti permette di tirare un respiro profondo”.

Tante parole sono andate a indicare questa tragedia. Massacro, sterminio, eccidio, strage. Se le parole a volte non sembrano avere un peso o una particolare importanza, in questo caso acquisiscono invece una forte valenza, non solo simbolica. Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, nel 1944 coniava il termine “genocidio”, cercando una giusta definizione della Shoa, ma avendo in mente la persecuzione del popolo armeno. Ed è proprio sul riconoscimento universale di ciò che accadde, non solo come crimine contro l'umanità, ma propriamente come genocidio, che si fonda una delle battaglie attuali del popolo armeno. Il riconoscimento internazionale e la condanna del genocidio armeno sono una delle priorità della politica estera armena, un'azione portata avanti sia dallo stato e dalle istituzioni, sia dalla popolazione stessa, con conferenze internazionali, campagne di sensibilizzazione, convegni ed incontri. Ma gli sforzi si scontrano contro un insormontabile ostacolo, la posizione ufficiale negazionista che la Turchia ha assunto. “Questo rifiuto lascia le nostre ferite sanguinanti - dice ancora T.M. - La maggior parte dei turchi conosce la vera storia che si cela dietro il muro di bugie che il governo turco ha costruito per camuffare gli eventi storici. Ci rendiamo conto che la popolazione sta cercando di combattere contro la negazione, ma gli sforzi sono spesso vani, perché sotto la violenta e dispotica pressione turca non si può fare altro che tirarsi indietro”. Nonostante la posizione ufficiale del governo, anche nelle storie di varie famiglie turche si trovano infatti, celati, i segni di quello che accadde cent'anni fa. In molti villaggi capitò che i bambini armeni venissero segretamente lasciati a famiglie turche, soprattutto di origine curda, per sottrarli alla tragedia. C'è anche questa storia nascosta che prosegue in Turchia, e che il governo turco dovrà a un certo punto affrontare, in vista dell'eventuale entrata nell'Unione europea, che tra i requisiti di adesione pone proprio l'ammissione senza remore di quanto accaduto.

I giovani armeni sono convinti che il riconoscimento ufficiale, non solo da parte della Turchia, ma anche da parte dell'intera comunità internazionale e di altri stati negazionisti come l'Azerbaigian, sia un passo fondamentale da compiere per il futuro del loro paese. Sono consapevoli però che l'Armenia, un paese politicamente poco rilevante in campo internazionale, geopoliticamente isolato “tra nemici” e con ristrette risorse finanziarie per compiere un'effettiva propaganda, si trovi a sostenere una lotta dalla portata limitata. Il loro parere è che il riconoscimento ufficiale internazionale sia fondamentale non solo per la condanna del genocidio armeno, ma anche per la condanna di qualsiasi tipo di sterminio di massa avvenuto in altri parti del mondo, e per impedire che futuri genocidi possano essere perpetrati. Un recente sviluppo in questa direzione è l'approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni.

Per questi motivi le recenti parole del Papa hanno avuto tanta rilevanza e hanno segnato un importante momento per il popolo armeno. Il Papa, durante un'omelia, si è apertamente riferito alla tragedia come al “primo genocidio del Ventesimo secolo”, con parole che hanno scatenato l'irritazione del governo turco e del presidente Erdogan (che vede ormai il Papa schierato dalla parte del “Fronte del Male”) e che invece sono risuonate nei cuori degli armeni come un segno di speranza. “Siamo profondamente riconoscenti al Papa per il suo coraggio e per essere con noi. È stato un grande passo e ci ha fatto capire che non tutto è perduto”. Per continuare su questa strada, uno degli strumenti più potenti del popolo armeno è la diaspora che da cent'anni ha portato alla creazione di svariate comunità armene sparse in tutto il mondo, rimaste costantemente legate al proprio popolo e alla terra d'origine. Ciò è testimoniato dalla diffusione di un ricco repertorio di libri, film e canzoni che ricordano la storia del popolo armeno. Tra i libri, in Italia è nota la saga famigliare dell'autrice armeno-padovana Antonia Arslan, che racconta la storia della propria famiglia tra l'Armenia e Padova con il libro La masseria delle allodole , a cui fanno seguito La strada di Smirne  e il recentissimo Il rumore delle perle di legno. Un altro romanzo che ripercorre la storia di un'infanzia armena, attraverso le memorie della propria nonna, è Le stanze di lavanda, dell'autrice armeno-francese Ondine Khayat. Tra i romanzi storici troviamo I quaranta giorni del Mussa Dagh, dell'autore ebreo austriaco Franz Werfel, scritto nel 1929 a Damasco, che narra del piano di sterminio turco e della resistenza di un gruppo di armeni asserragliati ai piedi del monte Mussa Dagh. In campo cinematografico, i fratelli Taviani hanno adattato il romanzo di Antonia Arslan a film, intitolato anch'esso La masseria delle allodole (2007). Un'altra attrice italiana, Claudia Cardinale, ha preso parte invece ai due film del regista franco-armeno Henri Verneuil, Mayrig (1991) e Quella strada chiamata paradiso (1992), che narrano le vicende di una famiglia armena emigrata dalla Turchia in Francia a seguito del genocidio. Anche a diversi festival internazionali del cinema sono stati presentati film riguardo alla strage, come Ararat (2002) del regista armeno-canadese Atom Egoyam, presentato fuori concorso al 55esimo Festival di Cannes, e Il padre (2014) del regista turco-tedesco Fatih Akin, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2014.

L'Armenia, oggi, è un paese che oltre alla lotta per tramandare e riconoscere la memoria affronta nuovi problemi e sfide, come le difficoltà economiche, la crisi interna politica, la mancanza di opportunità lavorative per i giovani e il conflitto armato in Nagorno Karabakh, lembo di terra nel territorio dell'Azerbaigian, autoproclamatasi indipendente nel 1991 (ma non riconosciuto ufficialmente a livello internazionale) e ancora oggi conteso tra armeni e azeri. I giovani parlano della propria gente come di un popolo conosciuto per l'antichissimo patrimonio storico e culturale, dal cuore aperto e ospitale, un popolo di cui si è cercato di far scomparire storia e cultura, ma che ha trovato la forza di cercare un nuovo futuro, legato inscindibilmente al passato ma in cerca di nuove prospettive. Il simbolo che è stato scelto per la commemorazione del centenario del genocidio è un fiore, il non-ti-scordar-di-me, che è il solo e miglior augurio per la ricerca di un nuovo destino per un popolo dalla storia distrutta ma con un futuro ancora da creare.

 

Commenta ancora nessun commento, lascia tu il primo!

Per commentare devi loggarti!