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08 Gennaio 2018 09:00

La fotografia per dare voce alle donne: il viaggio di due psicologhe in India

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“Per ogni viaggio significativo che fai c’è una parte di te che è consapevole, razionale e un’altra che invece si lancia, con coraggio, senza fare calcoli”: lo stesso cammino vissuto insieme da due persone sarà sempre raccontato con parole e sensazioni diverse, ma su questa “eredità” lasciata dall’India Giorgia Caramma e Lorenza Entilli concordano alla perfezione. Il viaggio in questione è il progetto con cui le due ragazze, psicologhe diventate amiche durante gli anni di università a Padova, sono risultate tra i vincitori del bando Fuorirotta 2017, nato per premiare i ragazzi under 30 che vogliono esplorare itinerari insoliti e storie inedite. E il percorso scelto da Giorgia e Lorenza ha avuto davvero un significato molto particolare, non solo per loro: dal 19 ottobre al 6 novembre scorso si sono recate in India per condividere il cammino delle vedove hindu, che alla morte del marito perdono quasi tutto, compreso il diritto di risposarsi e di lavorare, verso un luogo speciale che restituisce loro un senso di comunità: Vrindavan, la città-tempio sacra a Krishna, una delle divinità più importanti dell’induismo. Lì si raccolgono moltissime donne vedove perché, come spiega Giorgia, quando una donna perde il marito, si “sposa” spiritualmente con Krishna, e va a mendicare nei templi dedicati: in India la cultura della donazione fa sì che chi mendica riceva sempre qualcosa e non rischi di morire di fame.
Fuorirotta ha dato loro i mezzi per sostenere il viaggio e poi lo spazio per una campagna di crowdfunding, ma anche la possibilità di andare a presentare il loro progetto, prima della partenza, al festival della rivista Internazionale a Ferrara. “In viaggio dopo la fine. Ripercorrendo il pellegrinaggio delle vedove Hindu”, però, è un progetto che non prevedeva solo una parte di ascolto e osservazione: unendo gli strumenti della fotografia e della psicologia Giorgia e Lorenza hanno voluto dare a queste donne la possibilità di raccontare in prima persona la propria storia e il proprio cammino. Ora in programma c’è la realizzazione di un ebook fotografico che racconterà il progetto e l’organizzazione del materiale raccolto in uno spazio espositivo.

Come avete conosciuto la realtà dei pellegrinaggi delle vedove hindu a Vrindavan?

Giorgia: abbiamo in comune la passione per tutto ciò che è legato al concetto di empowerment e alla condizione delle donne nel mondo. Studiando la realtà dell’India, in cui si sa che c’è una cultura patriarcale, abbiamo scoperto questa particolare condizione delle donne vedove che non conoscevamo e che abbiamo voluto approfondire.

Lorenza: conoscevamo la macrocategoria e il luogo su cui volevamo intervenire, poi sono venute le ricerche e l’approfondimento su questo tema. Abbiamo entrambe esperienza di collaborazione con associazioni che intervengono con progetti all’estero: io con una che ricicla macchine fotografiche usate e le porta nei paesi del Sud del mondo per insegnare alle ragazze le tecniche base per potersi esprimere con questo linguaggio e far conoscere la loro condizione. Giorgia invece collabora con un’altra associazione che ha creato una piattaforma web open source per tutte le donne vittime di violenza, dove si occupa degli aspetti legati alla violenza psicologica. - con associazioni che si occupano di prevenzione nell’ambito della violenza di genere.

Qual è l’aspetto su cui vi siete concentrate?

Lorenza: in realtà il problema delle vedove indiane è trattato sui media, si trovano articoli sia sulla stampa internazionale che italiana, ma quello che abbiamo notato subito è che queste donne sono sempre rappresentate esclusivamente come vittime, in maniera passiva: la loro storia viene sempre raccontata da altri.

Giorgia: Noi abbiamo cercato di dare luce a un aspetto diverso, alla parte attiva della vita di queste donne, alla loro volontà di muoversi, mettersi in viaggio, migliorare questa loro condizione negativa. È stato importantissimo poter osservare “da dentro” come questo empowerment si realizza concretamente grazie all’autonomia economica che queste donne riuscivano a raggiungere e al supporto di una comunità in cui tutte lavorano per aumentare la propria auto-affermazione in una società patriarcale come quella indiana.

Lo avete fatto utilizzando lo strumento della fotografia, e in particolare le tecniche di photovoice. È sempre stata una vostra passione?

Lorenza: sì, di entrambe. Io in particolare sono partita da temi lontani (come, ad esempio, la rappresentazione della morte in fotografia) per arrivare poi a usare lo strumento fotografico come una possibilità di promuovere, anche in psicologia, una forma di comunicazione che oltrepassi il linguaggio verbale per arrivare a toccare anche altri canali. Il photovoice è un insieme di tecniche utilizzato spesso nella ricerca in ambito sociale: in pratica permette alle persone che stanno vivendo una situazione problematica, a cui viene data in mano la macchina fotografica, di raccontare autonomamente la propria storia, di poter essere considerati gli “esperti” di quella determinata vicenda, senza che questa venga riportata da punti di vista esterni.

Secondo voi questo approccio può essere stato influenzato anche dal ruolo sempre più importante che il linguaggio della fotografia ha nella comunicazione e nei social network in particolare?

Giorgia: credo che ognuno abbia un’interpretazione molto personale di quello che è la fotografia e secondo me non c’è un modo giusto o sbagliato di usare i social network, piuttosto devono essere usati in maniera coerente con i propri obiettivi personali e professionali. Noi in questo caso abbiamo unito una passione di entrambe con uno scopo che naturalmente va oltre la pubblicazione sui social di foto di un bel viaggio. Abbiamo pubblicato alcune foto del viaggio sulle nostre pagine social (c'è anche un gruppo facebook per ci voleva "seguirci") ma non volevamo cadere nel solito stereotipo del turista bianco in viaggio in un paese del sud del mondo.

Lorenza: Ora disponiamo di due risultati in termini di immagini, il nostro “reportage” da una parte e naturalmente le foto realizzate dalle donne indiane dall’altra. Sono d’accordo sul fatto che oggi le foto siano ritenute il meccanismo principale di lettura della realtà, e in terapia ci accorgiamo spesso che siamo abituati a leggerle solo in maniera consumistica, come qualcosa che puoi fare, disfare e rifare un sacco di volte. Noi ci proponiamo di trattare la fotografia come un vero prodotto artistico, con la stessa dignità di un manufatto.

Come avete incontrato queste donne a Vrindavan?

Giorgia: siamo arrivate prima di tutto a New Delhi dove abbiamo incontrato la fondatrice dell’associazione a cui ci siamo appoggiate, Guild for Service [una ONG che aiuta le donne escluse dalla società e i bambini indiani dando loro mezzi per rendersi autonomi]. Poi ci siamo spostate a Vrindavan, dove abbiamo convissuto con le vedove in un ashram: un rifugio, una specie di casa famiglia riservata alle sole donne, con una base religiosa (non si mangia carne, si partecipa a riti di preghiera quotidiani) che in India è imprescindibile, e fa riferimento in ogni caso a una spiritualità molto aperta, accogliente nei confronti di tutti. Vivere lì con loro, partecipare a momenti come i pasti, la preghiera della sera è stato molto importante per farci accettare, mostrarci nelle nostre vesti quotidiane e non presentarci come gli “esperti” di qualcosa che arrivano in questa comunità e insegnano.

Lorenza: è importante sottolineare che questo ashram aveva delle caratteristiche particolari: a differenza della maggior parte degli altri, essendo sostenuto da finanziamenti privati, non chiede alle donne di pagare l’affitto, offre loro cure e le incoraggia, soprattutto le più giovani, a imparare un mestiere e lavorare. Molte realizzano semplici prodotti che poi possono vendere ricavando un introito che rimane a loro. Per le più anziane si tratta anche della possibilità di mantenere capacità manuali e abilità di coordinazione.

Quindi avete organizzato delle specie di workshop con le donne dell’ashram?

Lorenza: siamo partite da alcune attività in gruppo in cui mostravamo delle foto generiche allo scopo di iniziare una conversazione (una traaduttrice ci ha aiutate a superare il gap linguistico) e dimostrare come una stessa immagine può essere vista in modi molto diversi da persone diverse. Era anche uno spunto per farci raccontare un po’ le loro storie, che naturalmente in gran parte erano storie di abbandono: c’era chi era stata portata lì dai parenti, in qualche caso con l’inganno, chi era arrivata dopo lunghi viaggi in autobus, chi non vedeva i figli da molto tempo. Quello che mi piace di più della fotografia, nonché il motivo principale per cui l’abbiamo usata nel progetto, è che quando dai in mano a qualcuno la macchina fotografica per raccontare, ad esempio, la sua giornata, questa persona può davvero decidere in prima persona cosa mettere nella cornice, cosa è significativo per la propria storia, al di là della qualità del risultato.

Giorgia: poi abbiamo insegnato alcune basi della fotografia, che noi magari diamo per scontate (come usare l’inquadratura, come non fare foto contro luce). Quando abbiamo detto loro di prendere la macchina per raccontare qualcosa che le rendeva uniche lì dentro, hanno cominciato a fotografarsi a vicenda, e in particolare cose come abiti, ornamenti e braccialetti: questo perché la tradizione (che però ora si sta un po’ smorzando) vorrebbe che le donne vedove si vestissero solo di bianco e non usassero più trucco, ornamenti o altro che le renda femminili e attraenti, mentre i colori per gli indiani sono molto importanti. In quell’ashram invece potevano vestirsi come volevano, portare gioielli, quindi quei dettagli per loro erano significativi.

Qual è l’aspetto che vi ha colpito di più di questa esperienza, quello che è andato al di là di tutte le vostre aspettative?

Lorenza: una cosa che mi ha molto impressionata è sperimentare cosa significava essere un “bianco” lì, essere guardata molto spesso: più di qualcuno ci chiedeva addirittura di fare foto assieme. Quando sono tornata qui mi sono accorta che mi mancava qualcosa, cercavo lo sguardo degli altri in mezzo alla folla. La città, poi, mi sembrava incredibilmente silenziosa, come se tutti camminassero in punta di piedi. Per non parlare di quella spiritualità molto forte che pervade tutto, qualsiasi momento della vita quotidiana.

Giorgia: penso che Lorenza sia d’accordo con me sul fatto che… è l’India che stupisce. Sempre. Qualsiasi aspettativa tu ti crei, in un posto come l’India verrà messa in discussione, a prescindere da tutto. Io ho viaggiato molto, ho visto posti e incontrato persone di tutti i tipi ma l’India è riuscita a colpirmi, a farmi mettere in discussione molte idee, come ad esempio quella del contatto con gli altri, il senso dello spazio (non ci si fa nessun problema a stare molto vicini, a entrare in contatto fisico, anche con estranei). E poi bisogna sapere che in India nessun piano sopravvive, se parti pensando di aver calcolato tutto non stai andando nel posto giusto. Secondo me, in generale, inizi a viaggiare davvero non quando pianifichi tutto ma solo nel momento in cui pensi “vado, non so bene dove arrivo ma so che devo andare”.

 

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