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09 Gennaio 2015

Le case occupate di Berlino. Tra passato ribelle e nuove prospettive

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Camminare per le strade di Berlino ci apre agli occhi un ventaglio di insospettabili sorprese. Si può essere facilmente colti dallo stupore per quanto la città cambia il suo volto rapidamente e ci stupisce con il suo caleidoscopio di colori, graffiti, contrasti, tracce del passato e innovazione, uno a fianco all’altro.

Quando ci troviamo di fronte a un palazzo con graffiti sulle pareti, manifesti sventolanti, volantini e cartelloni appesi alle porte, forse lo stupore non ci coglierà subito, abituati alle bizzarrie di questa città conosciuta ormai ovunque per la libertà d’espressione, per le scelte alternative e per l’innovazione creativa. Se invece la curiosità ci fa intuire che dietro la facciata colorata ci aspetta qualcosa di più, scopriremo un pezzo prezioso di storia della città.

È quello che è successo a noi quando, in uno dei quartieri più famosi della vita alternativa di Berlino, Friedrichshain, siamo arrivati in Kreutzigerstrasse 19, davanti a una casa su cui si stende un mosaico di disegni variopinti. Lì, in un cortile ombreggiato da alberi da frutto frondosi (tutto questo in pieno centro città), ci ha accolti Kipper, per raccontarci di uno dei fenomeni che più ha caratterizzato la città a partire già dagli anni settanta, il movimento delle case occupate.

Il racconto di Kipper ci porta indietro di trent'anni, a un giovane ribelle e in controtendenza nella Germania dell'Est, dove la libertà d'espressione e l'opposizione non erano certo ben viste. Così Kipper riesce ad ottenere un permesso per lasciare la Germania dell'Est e spostarsi a Ovest. Ma quando il muro cade, improvvisamente Berlino Est rivela un fascino inaspettato e fortissimo, che attira di colpo i giovani, sia dell'Ovest sia dell'Est, a spostarsi nelle case rimaste vuote nella parte est della città. Appena dopo “Die Wende”, la svolta, del 9 novembre 1989 la città è in subbuglio, il controllo più blando, ed interi edifici abbandonati o che recano ancora i danni della guerra aspettano quei giovani che già nella Berlino Ovest avevano iniziato l'occupazione di edifici della città, sognando e sperimentando una realtà sociale diversa, caratterizzata dall'opposizione al capitalismo, da scelte più democratiche e dall'antifascismo.

Foto: Silvia Mazzocchin

Fra quei giovani c'è anche Kipper, che con un amico decide di ritornare a Est a prendere parte a questo nuovo fermento di vita comunitaria e alternativa, al di fuori degli schemi. Se prendiamo in mano una lista  che riporta le case che risultano occupate, stilata dal comune di Berlino già nel 1990, è impressionante scoprire intere strade completamente prese d'assalto. La portata del fenomeno  inizia a crescere al punto che lo stato ritiene necessario porvi un freno, e la polizia interviene. Nel novembre 1990 in Mainzer Strasse, proprio a fianco a Kreutzigerstrasse, si scatena una vera e propria guerriglia urbana, che porta allo sgombero di tutta la via. La casa di Kipper invece non viene colpita, e riesce ad inserirsi in un nuovo processo storico che porta molte case a trasformarsi da edifici occupati a “progetti sociali”. Lo stato inizia a firmare contratti che permettono agli abitanti di rimanere negli edifici, a patto però che essi si prendano cura della ristrutturazione e del mantenimento delle strutture. La casa di Kipper segue un'altra storia. Con non poche fatiche e complesse ricerche viene ritrovato l'erede dei proprietari originari della casa, proveniente da una famiglia ebrea. Grazie alla costituzione di una cooperativa, gli abitanti di Kreutzigerstrasse 19 riescono a ottenere un prestito da una banca etica, e ad acquistare finalmente la proprietà dell'immobile.

Ed ecco così che nel corso degli anni la casa viene rimessa a nuovo, principalmente grazie agli sforzi volontari di chi vi abita, con una grande attenzione per l'aspetto ecologico, che porta alla scelta di investire nell'isolamento, nella creazione di un impianto termoelettrico autonomo e di una cisterna di raccolta per l'acqua piovana. La casa viene ricoperta di colori e al suo interno vivono famiglie, bambini, studenti, viaggiatori di passaggio oppure qualche “veterano”, come Kipper. Il giardino e un'ampia cucina sono il punto d'incontro e ritrovo, dove la spesa viene gestita in modo comune, per risparmiare ed evitare sprechi inutili, a volte sfruttando accordi con dei supermercati per recuperare i rifiuti ancora in buono stato e consumabili. La casa accoglie un piccolo cinema privato, un bar dove si tengono concerti, feste e cene sociali condivise, ed è anche sede della Ong SONED (Southern Networks for Environment and Development), che si occupa di cooperazione internazionale e spesso riceve volontari del Servizio Civile. Una volta all'anno viene organizzato anche un viaggio fuori città, in campagna. Le decisioni vengono prese in modo partecipato, durante le riunioni dell'assemblea in cui ognuno ha diritto di parola. I prezzi dell'affitto sono bloccati, e questo permette alla casa, e a tutti i progetti simili che ancora numerosi resistono nel tessuto urbano e sociale della città, di poter rimanere al di fuori del gioco speculativo immobiliare che al momento sta interessando la città e sta portando a un rincaro, per molti drammatico, dei costi abitativi.

Foto: Silvia Mazzocchin

Il fenomeno delle case occupate ha segnato quindi il passato ribelle di una città che ormai è il cardine e il segno del cambiamento, della creatività, della ricerca di soluzioni alternative, di una realtà in continua movimento, fluida e pronta a modificarsi e a prendere forme sempre diverse. E così, oggi come un tempo, Berlino si conferma come città diversa e d'ispirazione, che sa crearsi e rinascere in modo nuovo, ed è per questo lo specchio del nostro tempo, della nostra ricerca incessante, frenetica, a volte assurda, ma profondamente necessaria, di un cambiamento e delle nuove dinamiche e spunti per poterlo raggiungere.

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