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Attualità
11 Gennaio 2017

L'energia nucleare oggi e domani: cosa ci dobbiamo aspettare?

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Il nucleare è un po’ la fenice della produzione energetica mondiale: quando sembra spacciato, risorge dalle proprie ceneri. Questo è capitato due volte nel corso della storia recente, prima con il disastro di Černobyl' nel 1986 e poi con quello di Fukushima nel 2011, di cui l’ultimo in un paese considerato modello per l’energia dall’atomo. Nello stesso anno la Germania, secondo produttore dell’Unione Europea, decise di chiudere tutti i suoi impianti entro 11 anni, mentre l’Italia, con un referendum abrogativo, votò in massa contro la costruzione di nuove centrali. Eppure, anche secondo le stime “al ribasso”, la produzione di elettricità dal nucleare crescerà. Per esempio, nella Cina che già oggi dispone di 15 impianti, altri 26 sono in costruzione e 51 sono stati pianificati; paesi produttori di petrolio come gli Emirati o l’Arabia Saudita ne discutono la fattibilità.

Come funziona l’energia nucleare e quali sono le conseguenze delle scelte che molti stanno facendo a tal proposito nel mondo?

Il principio di base è quello scoperto negli anni Trenta del secolo scorso con il contributo del fisico italiano Enrico Fermi: la fissione nucleare. In altre parole, nel nocciolo di un reattore si spezza l’atomo di un elemento chimico pesante, di solito l’uranio, generando un’immensa quantità di calore, trasmessa prima ad un liquido, poi a delle turbine e infine convertita in energia elettrica. Un sistema di barre di controllo e liquidi refrigeranti permette di controllare e limitare questa reazione, altrimenti saremmo di fronte ad una bomba atomica che esploderebbe in ogni reattore di ogni centrale.

Quali sono i vantaggi di questo tipo di energia? Il primo è che il nucleare, sebbene non sia considerabile un tipo di energia rinnovabile in quanto necessita di elementi esauribili, è un’energia pulita. Anche se le loro emissioni non sono nulle - basti pensare alle quantità di vapore acqueo liberato - le centrali nucleari non contribuiscono a riempire l’atmosfera dei due peggiori gas serra conosciuti: l’anidride carbonica e il metano. La rivista medica inglese The Lancet, nel 2007, ha inoltre pubblicato uno studio in cui si metteva in relazione la produzione di energia elettrica e i morti che ne derivavano a causa di incidenti negli impianti e inquinamento. Il nucleare risultò di gran lunga il meno pericoloso in un gruppo che comprendeva petrolio, carbone, biomassa e gas naturale. 

Un secondo vantaggio è la possibilità di “riciclarvi” gli ordigni atomici. Anche se di questi tempi il disarmo non va più di moda  - speriamo lo diventi presto  - uno dei pochi metodi conosciuti per disfarsi di elementi come il plutonio, contenuto nel materiale bellico, è di "darlo in pasto" ai reattori. Non è invece mai avvenuto il contrario: nessuna nazione ha utilizzato il materiale radioattivo da scindere nei propri impianti per farne delle bombe (anche se esistevano forti sospetti sull'Iran).

Inoltre, rispetto alle rinnovabili, il nucleare risulta ancora di gran lunga più efficiente. Basti pensare a una giornata senza vento o a una notte e alla quantità di energia che in momenti del genere potremmo ottenere da pale eoliche e pannelli fotovoltaici: nulla. Da estimatore duro a morire delle rinnovabili di ogni tipo, non posso negare questo dato di fatto. Al contrario, un qualsiasi impianto nucleare può funzionare praticamente sempre.

L’altra faccia della medaglia, perlomeno della produzione per fissione, è più nota.

Un esempio su tutti non ha neanche un mese di età: l’Autorità per la sicurezza nucleare francese ha imposto lo stop momentaneo della produzione in ben 21 reattori. Tra i motivi ne spicca uno inquietante: incoerenze nei dossier redatti dalle indagini, talvolta comprensivi di “anomalie volontariamente nascoste”. Nonostante l’allarme delle istituzioni transalpine, la Francia non è disseminata di centrali sul punto di esplodere, a meno che a gestirle non sia Homer Simpson. Questo però non toglie che noi non sappiamo ancora quanto siano sicure le centrali di un paese che punta il 75% della propria produzione di elettricità su di esse.

La sicurezza è forse l’unica incognita. I tempi, i costi e l’approvvigionamento del materiale, invece, non sono punti di domanda ma sicuri svantaggi. Ogni centrale, oltre a costi di costruzione e smantellamento ingenti, richiede quasi dieci anni di lavoro per essere costruita, senza contare che essa deve prima essere proposta e approvata dall’opinione pubblica e dalle istituzioni. L’uranio è, poi, un materiale raro e costoso. Per il nostro paese quindi, dovessimo cambiare rotta e tornare verso il nucleare, squilla un campanello che già suona per il petrolio o il gas naturale e che si chiama “dipendenza dall’estero”. La quale, peraltro, esiste a prescindere, visto che importiamo la nostra elettricità dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia, tutti Paesi dotati, per ironia della sorte, del nucleare.

L’ultimo problema è rappresentato dallo smaltimento delle scorie. Umberto Veronesi, il famoso oncologo recentemente scomparso da sempre favorevole all’energia nucleare, affermò che sarebbe stato pronto a metterle nella propria camera da letto, se stoccate adeguatamente. Il problema è che non è ancora noto in modo definitivo come stoccare e rendere inoffensivi gli scarti della scissione dell’atomo. Un’idea recente e suggestiva dell’università di Bristol consiste nel concentrarli in “diamanti artificiali” capaci di trattenere le radiazioni.

Le risposte al nostro bisogno di energia, se saranno fornite dal nucleare, potrebbero però arrivare sotto forma anche di un processo diverso, la fusione nucleare. Il principio a governarla è completamente opposto rispetto alla fissione, dato che in questo caso l’obiettivo è quello di unire due atomi, spesso di deuterio e trizio, varianti dell’idrogeno. Cosa assicura che ciò produca energia? Il fatto che sia il metodo che utilizza il Sole da qualche miliardo di anni per irradiarci. Cosa invece assicura che ciò sia fattibile nel nostro pianeta in un impianto controllato? Questo è ciò a cui cerca di rispondere una serie di progetti a collaborazione internazionale come ITER in Francia, in cui ha collaborato come partner anche l’università di Padova. ITER comprenderà un reattore destinato a iniziare presto i suoi esperimenti, ma i tempi per fare in modo che tutto questo diventi utilizzabile per sostituire le fonti attuali si annunciano molto lunghi. Non è comunque il caso di disperare, perché spesso i grandi balzi nella conoscenza scientifica sorprendono anche gli addetti ai lavori. “Non esiste il benché minimo indizio che faccia pensare che l'energia nucleare diverrà mai accessibile”, diceva Einstein: se queste gufate funzionano, qualche eminente fisico può dire la stessa cosa oggi per la fusione?  L’ambiente e le bollette vi ringrazierebbero.

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