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17 Novembre 2017

Leymah Gbowee, il primo premio Nobel per la pace al Bo

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Non capita tutti i giorni di sentire quei racconti di vita vissuta in grado di lasciare un segno dentro. Non capita tutti i giorni di poter ascoltare le parole di chi ha fatto la differenza nel mondo. Non capita tutti i giorni di poter sentire parlare un premio Nobel. A inaugurare le Padua Nobel lecture dell'università di Padova ci ha pensato Leymah Gbowee, l'attivista liberiana che ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 2011 insieme ad altre due donne con la motivazione: “Per la loro battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell'opera di costruzione della pace”.

Leymah Gbowee è il primo premio Nobel per la pace ad arrivare a Padova, il primo a parlare di fronte al pubblico dell'Aula magna di Palazzo Bo. E lo ha fatto tenendo una lecture sui temi dei diritti, non solo femminili, ma di tutti, sull'uguaglianza di trattamento, facendo continui riferimenti alla sua vita e alle sue esperienze.

L’essere di fronte a una grande donna è stato chiaro non tanto dal racconto di quello che lei ha compiuto per contribuire a fermare la guerra civile nel suo paese, la Liberia; o dalle sue opere da attivista per i diritti delle donne dopo la guerra civile. La sua grandezza è stata lapalissiana dalla semplicità con cui ha raccontato la sua vita e i suoi pensieri, unita a una profonda consapevolezza e, soprattutto, mettendo il cuore in ogni singola parola, in ogni singolo appello.

Leymah ha raccontato molti aneddoti riguardanti la sua vita. Nata in una famiglia con sole figlie femmine in Liberia, ha vissuto in un paese strutturato come una grande comunità. Infatti fino a 17 anni non ha mai saputo cosa significasse il non poter mangiare, perché lì vigeva una sorta di collaborazione in cui le famiglie del paese si aiutavano e sostenevano a vicenda.

Poi è arrivata la guerra e la sua realtà si è sgretolata per lasciare il posto al caos e alla ricerca del potere. Leymah non riusciva a capire cosa fosse successo per distruggere quel “mondo perfetto” in cui viveva, infatti, per molto tempo ha portato con sé un forte senso di rabbia. Dai villaggi vicini arrivavano delle storie, dei racconti, portati da donne a cui avevano amputato il seno, altre erano state stuprate. Leymah non riusciva a capire perché queste donne, per avere del cibo, avrebbero dovuto offrire in cambio del sesso.

Nel campo rifugiati ha incontrato molte altre donne e ha ascoltato tutte le loro storie. Una di queste è stata quella che ha dato uno scossone alla sua vita: l'ha toccata così nel profondo da convincerla a fare qualcosa. Questa donna le ha raccontato che il suo villaggio era stato attaccato, suo marito ucciso e non aveva idea di dove fossero finiti i suoi figli. Perse prima la vista, poi si ferì una gamba mentre cercava di scappare. Ma la cosa che colpì maggiormente Leymah della storia è che la persona che avrebbe dovuto ricostruire la sua casa e darle il cibo si rifiutò di inserire il suo nome nella lista perché lei gli negò di avere un rapporto sessuale.

Quindi Leymah ha ottenuto il suo nome e insieme ad altre donne ha marciato verso questa organizzazione. Dal confronto con il dirigente le donne sono uscite doppiamente vittoriose perché, oltre ad aver aiutato quella donna, sono riuscite a stilare una lista di donne in difficoltà e a consegnarla alle organizzazioni umanitarie.
Questo è stato solo il primo passo verso il loro impegno continuo. Le donne vestite di bianco, così veniva chiamato il gruppo di donne attorno a Leymah, i cui strumenti di lotta contro la guerra erano totalmente non violenti: sit in, scioperi del sesso, marce pacifiche e sedute di preghiera (sia cristiana che musulmana).

Nel suo discorso Leymah ha ricordato come la maggior parte delle istanze che portano alla guerra non sono militari, ma riguardano l'impossibilità delle persone di vivere come esseri umani. Per questo oggi è necessario e urgente che tutti ridefiniscano la propria idea di guerra. Non è solo una questione affrontabile con fucili e bombe.

Guardiamo a una questione che tutta l'Europa ha ben presente: la crisi dei rifugiati e dei migranti. Leymah ha sottolineato che queste persone non provengono solamente da paesi in cui c'è una guerra in corso, eppure dicono di non vivere “in pace”. La pace non è possibile se non ci sono le condizioni per vivere dignitosamente, come un essere umano, e dove queste non sono assicurate da chi è il responsabile del benessere dei cittadini.

“Dobbiamo iniziare a riconoscere la nostra umanità collettiva, non puntando l'attenzione su come appariamo, ma sulle cose in comune che condividiamo”.

Quando si parla di mondo globale, cosa intendiamo davvero qual è il nostro ruolo come persone? Secondo Leymah non è mai stato così importante essere coinvolti, a qualsiasi livello (religioso, comunità locale, ecc.). La conoscenza è potere, afferma la Gbowee, perché la maggior parte delle volte ci comportiamo in un certo modo con le persone perché non abbiamo nessun indizio su chi esse siano. Ecco quindi che la conoscenza è, di nuovo, la chiave.

Leymah ha concluso il suo intervento parlando della paura. Ha ammesso senza problemi che, come leader del movimento a volte si svegliava pensando che quello sarebbe stato l'ultimo giorno della sua vita. Ma non le interessava, perché sapeva che almeno stava provando a cambiare le cose e il suo operato sarebbe rimasto in eredità al domani. Molti anni dopo le hanno chiesto se avesse idea di chi fosse diventata nel mondo e l'hanno paragonata a quella donna “pazza” della città che dice alle persone la verità (e per questo viene evitata). E Leymah si è detta felice di questo paragone perché le ha ricordato una sua vicenda personale. Un giorno sua madre prese lei e sua sorella e le portò a conoscere la donna che nel loro paese veniva considerata una “strega”. La donna portò lì le sue figlie ogni giorno per mostrare loro che quello che la gente diceva erano solo dicerie. Da quel momento Leymah ha imparato a non ascoltare i gossip.

Il nostro mondo ha davvero bisogno di pace, in realtà “non ne ha mai avuto così tanto bisogno. Perché nessuno, oggi, è immune da quello che succede nel mondo, ovunque.”

Oggi Leymah spende il suo tempo viaggiando di paese in paese per difendere la pace e la giustizia perché sa che è necessario, per ricordare che dovremmo fare il nostro piccolo per portare il mondo più vicino alla pace, perché come ha detto lei stessa: “è oggi il tempo di alzare le nostre voci per distruggere tutto quello che non è in linea con la nostra umanità condivisa.”

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