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Attualità
13 Febbraio 2015 12:23

Moschee, chiese e sinagoghe. Vie e strade dell'incontro

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Le immagini di Parigi non sono ancora lontane. Immagini di tragedia, ma anche di matite alzate al cielo e di vie invase da milioni di persone. Così come altre immagini si contrappongono ad esse, provenienti da un'altra terra e diffuse intenzionalmente su scala globale dal Califfato Islamico.

Cosa c'entra tutto questo con Padova, come possono questi eventi in qualche modo interessare la nostra quotidianità? Eventi che sembrano così lontani, che certo ci obbligano a riflettere e a informarci al riguardo, ma che, dopotutto, non ci chiamano in causa, non comportano azioni concrete o cambiamenti. È davvero così? L'attacco al giornale satirico Charlie Hebdo è semplicemente un'ulteriore prova della brutalità del terrorismo di matrice islamica, della necessità di rafforzare le difese dell'Europa e di sferrare attacchi decisi a quegli “altri” che ci minacciano? Può essere davvero questo l'unico significato? La scintilla innescata richiama invece la necessità di un passo ulteriore, di una riflessione urgente, necessaria, impellente, ma che si muove in una direzione diversa, contraria alla contrapposizione.

In un clima di apertura e di grande serietà si sono incontrati per discutere insieme i rappresentanti delle tre principali religione monoteiste, il rabbino capo di Padova, Adolfo Locci, l'imam Kamel Layachi e il delegato diocesano per la cultura e l'università don Giovanni Brusegan. Insieme a loro nella discussione sono intervenuti anche il rettore Giuseppe Zaccaria e i sociologi Khalid Mohammed Rhazzali, Adone Brandalise e Renzo Guolo. Lo scopo di questo incontro non è stato quello di trovare soluzioni o risposte, ma di stimolare l'inizio di una nuova strada, di un dialogo e di una riflessione condivisi sui temi della convivenza di culture e religioni diverse, e su come costruire momenti d'incontro e nuove vie da percorrere insieme.

Il primo passo è forse quello di abbandonare i preconcetti e indagare più a fondo nella realtà, sfatando miti e pregiudizi. Rendendoci conto, per esempio, che l'Italia non è più solo unicamente e unitariamente un paese cattolico, ma che è terra di un pluralismo sociale e religioso spesso relegato in secondo piano, ma impossibile da ignorare. Il sociologo Enzo Pace sollecita la necessità di un'analisi della nuova “geografia socio-religiosa italiana”, contraddistinta da un puzzle di religioni e luoghi di culto in numero sempre crescente: 655 luoghi di culto musulmano, 355 chiese ortodosse, 36 templi sikh, 658 chiese pentecostali africane, svariati luoghi di culto cinesi della tradizione buddista e taoista, così come 2 tempi hindu. Questi i dati della multi-religiosità che contraddistingue la nostra società, con cui viviamo fianco a fianco, e che spaventa molti. L'incontro è quotidiano, non solo tra i banchi del mercato con i commercianti bengalesi, o al chiosco dei kebab con il caratteristico “arabo, turco, orientale”, ma è tra i banchi di scuola, nelle aule universitarie, con i nostri compagni musulmani, ebrei o buddisti. Si può continuare ad ignorare ciò, seguitando a tracciare la linea tra il Noi e il Loro che, seppur siano i tratti distintivi e tipici usati per definire le identità, ormai nel mondo globalizzato e nelle nostre società plurali perdono gran parte del loro significato, lasciando categorie fredde e vuote, facile strumento nelle mani di movimenti che inneggiano allo scontro e fanno presa sulle paure?

La testimonianza dell'incontro del rabbino, dell'imam e del delegato della chiesa cattolica, avvenuto in un luogo altamente significativo quale è l'università, è la volontà di mettere in moto un nuovo processo, per capire come affrontare le sfide che il mondo e le nostre società ci pongono. Il punto di partenza è prendere atto del fallimento del modello del multiculturalismo, la soluzione che molti paesi come Gran Bretagna e Svezia avevano adottato, ma che continuamente mostra i risultati deleteri: la co-esistenza parallela, più che convivenza, di comunità che non comunicano tra loro, ma che anzi si arroccano nelle proprie posizioni, purtroppo spesso estremizzandole. Così come è necessario riconoscere le difficoltà che affiorano dal modello di assimilazione laicista, alla francese, che raccoglie tutti sotto i valori repubblicani ma che forza a non mettere in mostra i segni della propria identità, religiosa e non.

Ripartire sì dal multiculturalismo, ma in un altro senso, con altre categorie di analisi e diverse soluzioni messe in atto. Soprattutto nel senso di una maggiore disponibilità all'ascolto e al rispetto, alla conoscenza, al dialogo e, fondamentale, all'incontro. Sfidando la tendenza a scivolare nel facile errore dell'assolutizzazione e dell'accomunamento acritico, definendo erroneamente nemici e amici, facendo di tutta l'erba un fascio, considerando quello che è utile a rafforzare le nostre idee e teorie e ignorando quello che invece è scomodo, che le mette in discussione e le fa traballare. L'imam Layachi ha invitato accoratamente a non dimenticare gli attacchi perpetrati negli stessi paesi musulmani, come la Nigeria, l'Algeria, il Pakistan e l'Iraq, da parte di quei terroristi che si definiscono islamici, ma che gran parte della comunità islamica non considera tali, anzi li condanna per l'uso volto ai loro scopi di termini e canoni sacri dell'Islam. L'imam lancia un importante appello, una riapertura della riflessione riguardo alla libertà religiosa, sancita costituzionalmente, ma che alcune dichiarazioni e proposte di leggi come quella presentata in Lombardia mettono fortemente in discussione. Le moschee, così come qualsiasi luogo di culto, non dovrebbero essere luoghi nascosti, ma al contrario visibili, pubblici e aperti a tutta la comunità. In questo modo si può evitare che molti, soprattutto tra i giovani, facciano seguito ai falsi “profeti del male” che attraverso il web diffondono le loro idee di scontro di civiltà. Impedendo il normale svolgimento della vita spirituale di quell'islam tollerante e libero, indirettamente si appoggia l'islam travisato dei “gruppi criminali”, come li definisce l'imam. Più i membri delle minoranze verranno marginalizzati, più ci sarà il rischio dell'emergere di sentimenti di odio, disagio e scontento sociale. Dovrebbero essere messi in atto invece processi d'inclusione sia a livello individuale, nella vita quotidiana, sia collettivo, attraverso le istituzioni.

La sfida dell'integrazione passa attraverso tutto questo, in un'epoca non più di mutamenti, ma in un “mutamento d'epoca”, come lo ha definito don Giovanni Brusegan. É un momento segnato dal passaggio, da un confine da attraversare, sia temporalmente, sia fisicamente e mentalmente. Attraverso la costruzione di ponti, invece che di muri. Questo è il grande rischio per il futuro, soprattutto dopo avvenimenti come quelli di Parigi, che colpiscono le parti più sensibili della società, essendo non solo attacchi fisici ma anche attacchi simbolici, ai valori democratici. Il rischio è quello di non riuscire a superare le paure, ma chiudersi in esse. Non è un rischio astratto, ma concreto, come mostrano alcuni movimenti recentemente affiorati in vari paesi, tra cui il tedesco PEGIDA (acronimo per “Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes”, Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente).

Forse i giovani possono essere una delle chiavi per una nuova strada, perché sono l'anima di una nuova società che viaggia e si interroga, nata e cresciuta nel continuo incontro con il diverso, nella connessione virtuale e reale con un mondo globale, che non può fare a meno di porsi domande e vivere sulla propria pelle da vicino le nuove sfide e sconvolgimenti. Imparando a parlare di religione, di valori, di identità e di convivenza, con il proprio amico, compagno di studi, vicino di casa o coinquilino, forse quello che ci fa paura e che pensiamo ci divida, diventerà invece finalmente solo qualcosa che ci stimola, ci arricchisce, ci insegna a guardare in modo diverso e ci unisce.

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