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Attualità
21 Novembre 2017 09:00

Quanto sei bella, Padova?

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La bellezza risiede negli occhi di chi guarda”. Vero, ma fino a un certo punto. Ne è convinto Alain de Botton, il quale sostiene che questa frase sia solo un pretesto per dare la possibilità a qualcuno di fare qualcosa di orribile. Architettura, nella fattispecie. Il filosofo e scrittore svizzero, già nel 2006, si è dedicato alla nobile arte della costruzione nel libro Architettura e felicità. Nel 2009 ha ispirato un nuovo progetto, Living architecture, dove riunisce alcune archistar con l’obiettivo di migliorare l’accoglienza dell’architettura moderna nei confronti del pubblico. E nel 2015 ha postato un video, su Youtube, nel quale elenca sei punti per identificare una bella città e distinguerla da una brutta. Panico in redazione: e Padova? Sei bella o sei brutta? Via con l’elenco.

Ordine. Nel senso di equilibrio e simmetria. Ma non troppo, altrimenti si rende estranea una città. Padova è ordinata; su questo dovremmo avere poco dubbi. Città sorta in periodo romano, presenta ancora i segni del castrum e delle vie principali, cardo e decumano, tra via Roma e via San Francesco; dal medioevo in poi ha goduto delle dominazioni comunali, della signoria carrarese e della Serenissima, che ne hanno mantenuto un’architettura coerente, almeno per quanto riguarda il centro (tralasciamo da via Nicolò Tommaseo in poi). Anche il fascismo, dal punto di vista architettonico, ha contribuito all’armonia cittadina. Un’unica, grave pecca: l’aver tombinato riviera Ponti romani. Nel 1959, non secoli fa.

Segni di vita. Si può dare di più. E pure senza essere eroi. In ogni caso, non mancano: il mercato nelle tre piazze (Frutti, Erbe e Signori); l’università, che non concentra in un unico polo ma riesce a spalmare lo studente dal Fiore di Botta alla Specola; la vita mondana nei bar, soprattutto nei fine settimana. Certo, manca un bel po’ di musica (il luogo più vicino al centro è in piazzetta Gasparotto; centro, ma non troppo), iniziative che coinvolgano le piazze principali, la sana abitudine al caos di un centro città come gli altri, che non debba sottostare alle volontà di arzilli vecchietti che predicano la pace dopo le 10 di sera.

Compattezza. La vita sociale del centro si sviluppa, in pratica, da largo Europa a Prato della valle. Provate a percorrere il tragitto a piedi: circa 30 minuti di camminata, con un buon passo. Basta questo a classificare Padova come città compatta. Con una bicicletta poi (e due robusti lucchetti) si possono raggiungere anche luoghi un po’ più in là, come porta san Giovanni o il Portello. La nostra città si presta abbastanza bene ai percorsi ciclabili, sanpietrini a parte. Certo, ci fosse ancora quella riviera… un paio di bici e un tram in meno (o in più?), qualche barca in più. Accontentiamoci. Inoltre, le piazze principali sono tutte vicine. E anche per quanto riguarda le auto: nonostante tutto, arrivare in centro non è così arduo, per chi proprio non può fare a meno delle quattro ruote. In sintesi: siamo compatti.

Orientamento e mistero. Appunto: che sia a piedi o in auto, Padova è facilmente raggiungibile. Le strade non sono larghe (meglio) e la zona del Ghetto offre un buon numero di strade strette, dove si nascondono negozi, osterie e bar. Di misteri ce ne sono: dalla bilancia dell’orologio Dondi ai tre senza del Santo, del Pedrocchi e del Prato a Kenny Random. Padova non offre un vero e proprio senso di smarrimento, e forse questo è un punto di forza. Ma rendersi conto di ciò, per uno che la vive da una decade abbondante, non è semplice. Rimangono comunque luoghi inesplorati, fitti di storie. Gambe in spalla e pedalare: è tutto sotto i nostri occhi, basta saper cercare.

Scala. Le moderne città tendono tutte al “grosso”, dice de Botton, ma per una città la scala ideale è quella di un edificio alto cinque piani: tutto ciò che supera questa altezza fa sentire le persone che ci abitano piccole e insignificanti (via Il Post). Tolto il trittico via Trieste - via Tommaseo - via Venezia, Padova rientra perfettamente nei canoni sopra indicati. Palazzo della Ragione è grande, alto, ma non troppo; o comunque, perdercisi con lo sguardo e il corpo, all’interno, è un’esperienza magnifica. Le chiese e le basiliche sono alte per definizione, ma sono poste in luoghi abbastanza ampi, che non obbligano a rovesciare il capo per guardarne la cima. Padova, sei piccola: e ci piaci così.

Localismo. Le città moderne tendono somigliarsi sempre di più. Nel mondo forse. In Italia non corriamo questo rischio. In un paese dove, se va bene, al massimo fraternizziamo col vicino di casa, il campanilismo regna sovrano. Centrini contro periferici, Borgomagno vs Tiziano Aspetti (aka Arcellatown), Portello contro tutti. Di certo Padova non rischia di omologarsi a nessuna città. Anzi, nemmeno tra un quartiere e l’altro. Vero che, data la forte impronta medievale, le città d’Italia hanno più di qualche caratteristica in comune. Ma Prato della valle ce l’abbiamo solo noi. Il Pedrocchi idem. L’università che copre l’intero suolo urbano (e qualcosa in più, chiedete di Schiavonia) pure. Ordine, segni di vita, compattezza, orientamento e mistero, scala, localismo: c’è tutto. Per noi Padova è una bella città. In caso di contradditori, possiamo parlarne: si potrebbe solo migliorare.

 

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