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19 Aprile 2017 09:00

Rugby, sport da duri. Anche in carrozzina

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Quattro contro quattro. Il pallone tocca pochissimo il campo. Velocità, strategia, passaggi e placcaggi. Scontri, botte, cadute e agonismo. Meta. Palla agli avversari: si torna alla carica e ancora alla velocità, agli scontri e al gioco di squadra. La palla assomiglia a quella da pallavolo, il campo a quello da basket eppure non si tratta di nulla che ricordi nemmeno vagamente questi due sport. Vediamo se capite di cosa si tratta. L'obiettivo del gioco è quello di portare la palla oltre la meta avversaria. Il giocatore non può tenere la palla per più di 10 secondi (deve effettuare un rimbalzo o passaggio), quindi tutto ruota sulla forte difesa che, bloccando l'avversario, permette di mandare in meta il proprio compagno di squadra. Prima di entrare in campo i giocatori si muniscono delle protezioni fondamentali: guanti gommati, gomitiere e abbondante nastro adesivo (ognuno secondo le proprie esigenze). Le strutture in alluminio permettono di definire, a colpo d'occhio, quali sono gli attaccanti e quali i difensori. La conformazione delle carrozzine hanno infatti due caratteristiche principali: una ha una sorta di "gancio" (definita carrozzina difensiva), l'altra ha invece un corrimano frontale (definita carrozzina da attacco). Vedere come vengono utilizzate, e come strategicamente la struttura delle due sia essenziale in campo, è sicuramente la parte più entusiasmante del gioco. Assistere a una partita è dannatamente coinvolgente e allo stesso tempo incredibilmente spiazzante: la rapidità di gioco ma soprattutto i contrasti duri ti portano subito a capire che quel che vedi è frutto di un allenamento non da poco.

Questi sono tutti gli elementi caratterizzanti di uno sport ancora troppo poco conosciuto: il rugby in carrozzina. Uno sport paralimpico che dal 1994 è stato ufficialmente riconosciuto dal Comitato paralimpico internazionale. Forse se anche solo distrattamente vi fosse arrivato all'orecchio il loro classico grido propiziatorio pre-partita sareste stati rapiti e avreste intuito sin da subito di cosa si trattava : "Dogi: duri ai banchi" è così che gli atleti dell'Asd Padova rugby aprono le loro partite. Ogni vero amante del rugby verrebbe immediatamente attratto ad effetto calamita da questo richiamo. Per gli allenamenti invece bisogna andarli a cercare una volta settimana in una palestra di via Induno, a Padova. Gli scontri si possono sentire da fuori, per la grinta invece è necessario entrare.

La paura rimane solo agli spettatori: "Si fa male solo chi sa giocare veramente" afferma uno degli atleti mentre mi presta tutta la sua attrezzatura per permettermi di capire, direttamente sul campo, in cosa consista questo sport. Sulle ruote il suo soprannome scritto a pennarello era circondato da graffi e ammaccature. Al fischio il gioco riprende: qualcuno incita, altri chiamano l'attenzione perché liberi o pronti alla strategia e nel frattempo solo due occhi femminili posano sul pallone. La squadra, in allenamento, è formata infatti da una sola donna ma la determinazione non ha sesso. Il gioco seguito da dentro il campo è ancora più avvincente. Molti di loro praticano altri sport, su più livelli, oltre al rugby. "Smettila di pensare con termini calcistici o di fare comparazioni. Questo non è nessuno degli sport a cui pensi, questo è rugby: rugby in carrozzina" mi suggerisce una delle ragazze volontarie vedendomi smarrita in campo. Il suo ruolo, insieme a quello dell'arbitro e dello staff, è essenziale per la riuscita della partita. Come lei vi sono diversi volontari che sostengono e aiutano durante le competizioni nazionali e non (l'ultima trasferta della squadra padovana si è svolta a Colonia in Germania).

Gli atleti dell'Asd Padova rugby, quando si spogliano delle loro protezioni e dell'agonismo, sono semplici lavoratori e studenti. Pochi di loro sono padovani. Eppure, nonostante provengano da diverse parti del Veneto e i chilometri tra casa e la palestra siano parecchi, l'allenamento è un must. I riconoscimenti alla squadra non mancano e l'aumento del numero di partite, e squadre che negli anni competono, porta a pensare che sia uno sport destinato a crescere o quanto meno più facilmente identificabile ogni qualvolta qualcuno ne definirà i caratteri.

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