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16 Febbraio 2017 09:00

La scienza che fa paura: il caso di Ahmadreza Djalali

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Chiunque si dichiari estremista e pronto a usare mezzi violenti per affermare la propria idea non è certamente in linea con i principi che vengono affermati nei luoghi dove la cultura è di casa, ovvero le università. Uomini di lettere, scienziati, medici e sperimentatori sono stati a volte contrastati per le proprie idee da altri uomini come loro, che si appellavano a ideali più alti senza esserne troppo degni.
Il caso del professor Ahmadreza Djalali ha fatto il giro del mondo in pochi giorni, divenendo di interesse per associazioni come Amnesty International e la sua situazione è stata denunciata anche ieri, durante l'inaugurazione del 795esimo anno accademico dell'università di Padova dal rappresentante degli studenti, Riccardo Costa, durante il suo discorso in Aula magna.
Djalali è iraniano ed ha 45 anni, è un ricercatore esperto in medicina dei disastri e nel quadriennio 2012-2015 ha vinto un assegno di ricerca in Italia, all’università del Piemonte orientale Amedeo Avogadro. Prima di sbarcare in Italia, Djalali aveva lasciato il suo amato Iran 8 anni fa con in tasca una borsa di dottorato al Karolinska Institute, per poi recarsi anche a Bruxelles nella prestigiosa Vrije Universiteit.

Il professor Djalali è tornato in Iran nella scorsa primavera per tenere dei seminari all’università di Teheran, ma le autorità iraniane hanno visto quell’occasione come il momento per fare ben altro. Catturato e tradotto in carcere a Evin, Djalali è stato messo in cella d’isolamento con l’accusa di essere una spia internazionale.
Il professore non ha avuto diritto a regolare processo né ad alcuna assistenza legale, fino al dicembre 2016. In quel momento Ahmadreza Djalali ha pensato che l’unico modo per far valere le sue ragioni e dare un colpo alle coscienze a livello internazionale fosse iniziare uno sciopero della fame. In questo momento il professor Djalali continua il suo rifiuto del cibo, aggravando di giorno in giorno le sue condizioni di salute. Questo dipende dal fatto che le autorità iraniane hanno deciso di condannarlo a morte senza appello dopo il processo formale che si terrà a fine febbraio. In favore di Djalali si sono mobilitate sia Amnesty International che Change.org, proponendo due petizioni firmate da migliaia di persone. Non sono mancate anche manifestazioni di solidarietà sui social tramite il lancio degli hashtag #AhmadrezaFree e #saveAhmad.

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