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11 Ottobre 2017 09:00

Sette anni dopo, grazie Unipd

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“Come si fa a stare tranquilli dopo sette anni di università?!”
Vero. Non si può stare sereni all’arrivo del gran giorno. La laurea. Ci pensi dal primo giorno di università e l’immagine di te con una corona d’alloro in testa ti accompagna per tutti giorni di lezione, studio, esami. Sono 2.557, per l’esattezza, più qualche manciata. È la condanna di chi si è ritrovato, senza poter dare una spiegazione logica, “fuori corso”. Una questione di priorità: quell’esame lo faccio poi, il debito lo recupero all’ultimo, i professori mi mettono i bastoni tra le ruote, questa sessione è meglio lavorare. Un groviglio di situazioni e dinamiche inutile da sbrogliare col senno di poi.

Viene naturale pensare che doveva andare così. Alzando lo sguardo dietro le spalle, solo il diretto interessato può capire la strada che si è lasciato dietro, e scoprire che non cambierebbe un passo. Perché se si è soddisfatti di quel che si è, in fondo, al netto di pregi e difetti, va bene così. Una triennale in sette anni: immagino che una volta usciti dal tunnel, da piccola disgrazia assuma i connotati di un’epopea originale da raccontare ai propri nipoti, compresa di morale alla fine della storia.

Fuori corso”. Probabilmente la cosa più vicina alla sacralità delle vestali dedite al culto di Cerere. Intoccabili. Sia mai possano essere contagiosi e trascinare chiunque li conosca nel baratro del ritardo accademico. Il problema, in realtà, è quando ci si ritrova dentro la corrente dei fuoricorsisti. All’inizio lo stupore di chi riesce a stare a galla; segue la spavalderia del nuotatore provetto anche nei flussi più impervi. Si conclude la solitudine di chi si ritrova in mezzo all’oceano: hai nuotato troppo, troppo in là, e concepisci che forse è il caso di tornare indietro, al porto in cui tutti alla fine sono attraccati.

Ma non deve essere una colpa, tantomeno una vergogna: perché tu, nuotatore, hai realmente visto cose che gli altri possono solo immaginare da semplici studenti universitari. Da palazzo Maldura hai attraversato tutta la città, finendo a fare volantinaggio in via Gradenigo. Non bastasse, sei sceso fino a Palermo, e poi su verso Trieste in barca a vela. Hai conosciuto tanta gente in troppe feste, nessuna di queste organizzate dai tuoi (giovani) compagni di studio. Hai scovato quasi tutte le sedi di dipartimento universitarie, compresa quella nascosta di Statistica, che non sapresti ritrovare.

Hai toccato con mano le storie che hanno costruito l’università di Padova, dentro i papiri sigillati della goliardia, nel polifonico di Mario a palazzo Bo, nelle targhe commemorative. Hai sfidato la sorte, saltando catene e varcando soglie che la scaramanzia vuole invalicabili. Spulciato tra le vecchie riviste del giornale universitario; conosciuto chi ha dato la vita per l’ateneo, per bocca di altri. Sei passato dai bagni del terzo piano della biblioteca di greco, palazzo Liviano, ai laboratori del DIM di viale Colombo. Hai studiato ovunque, dal Duomo fino a via Beato Pellegrino.

Doveva finire. Altrimenti non avresti continuato a pagare le tasse universitarie. È sempre stata una sensazione presente, arrivata nel momento in cui lo ha ritenuto più opportuno. Ti sei solo piegato, senza spezzarti, a quello che doveva essere, e domani sarà. Vittoria, alla fine: né più né meno rispetto ai predecessori, a chi seguirà. Differente. Per un’altra strada, lastricata su misura per ognuno di noi, che domani sarete voi. 

Ecco: se posso permettermi, vorrei esortarvi, voi che sarete ancora studenti Unipd: vivetela. Non troppo, mi raccomando. L’università non è solo lezioni, non solo studio e voti alti. È soprattutto relazione: se avrete la fortuna di trovare lavoro nel vostro ambito di studio, saranno le amicizie con i colleghi, con i quali avrete condiviso serate, feste e tirate fino all’alba, a salvarvi le giornate. È scoperta di chi vi ha preceduto, di quello che hanno fatto, del perché Padova è così importante grazie a loro. È iniziativa: non saprete mai, chiusi in quattro mura, cosa organizza il vostro ateneo di stimolante, anche se non obbligatorio. Il contatto tra due persone genera contaminazione di idee e nuove soluzioni: affrontate l’università con questo spirito, scienziati o umanisti che siate.

Partecipate alle riunioni tra studenti, sindacato o associazione non importa: è bello anche uscire dalle proprie formule o dai sonetti del Foscolo. Non abbiate paura dei professori, che sono esseri umani come voi, pregi e debolezze, e nemmeno quella di sbagliare: senza non c’è esperienza. Concedetevi all’università, lasciatevi attraversare e spendetevi per essa: sarà con buone probabilità il miglior banco di prova per un futuro lavoro. E se sarete “fuori corso”, di qualche mese o un paio d’anni… sopravviverete, così come chi ne ha impiegati sette e anche di più.

Quanto a me, non mi resta che ringraziare, segnare questo punto nero sul foglio e andare a capo. E quindi, permettimi questo vezzeggiativo: ti volevo ringraziare Unipd, e abbracciarti. Il resto, detto e non detto, lo sappiamo io e te. Rimarrà un segreto da scoprire, o da lasciare sottoterra.

 

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