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24 Novembre 2017 09:00

Voci di storie a Palazzo Bo

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Entrare a palazzo Bo, un giorno come tanti. O forse no. Attraversarlo, dal Cortile antico al Nuovo, guardandosi attorno: il porticato, le facciate delle tre domus, Alba a turri, Monetae e Magna, che insieme furono l’ostello Bovis, dal 1493 sede dell’università; gli stemmi dei rettori e dei suoi consiglieri appesi a muri e soffitti, divisi nelle nationes che hanno retto l’ateneo dalla sua fondazione all’Ottocento, anni della riforma napoleonica. Universa universis patavina libertas: gli studenti erano liberi di studiare e di chiedere alla Serenissima cosa, come e con chi accrescere il proprio sapere. Palazzo Bo parla, a chi vuole ascoltare.

Ogni parola, gesto o silenzio lascia una scia di impressioni, astratte o concrete. Comunicando decidiamo il modo: a parole, dette o taciute; con immagini, arte e architettura. Tutto ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato, involontariamente o meno, parla: a voce forte e chiara, sotto la luce del sole; grida dall’alto; eloquia elegantemente nelle stanze dei bottoni; sussurra, nascosto nei piani interrati. Palazzo Bo parla, grida, eloquia e sussurra, a chi vuole ascoltare.

La voce austera del Cortile antico rimbalza su quella giovane e cristallina del Cortile nuovo, bianco, preciso. Dagli anni Trenta racconta una gloria, effimera nel tempo e nelle idee, non nello spazio. S’alza di tono rovesciando la testa, sul bassorilievo della gioventù che combatte. Al centro, la stele abrasa, senza più date a ricordare le vittorie d’Italia. Racconta storie all’interno delle sale di ritrovo degli studenti; a sinistra gli uomini, l’affresco sulla parete che ricorda la vita studentesca e goliardica: studio, disperazione, feste. A destra, la sala comune femminile. Ben più piccola, più buia, custodita dai dipinti a muro di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, Gaspara Stampa e Cornelia: pensiero, parole ed educazione. Domus mansit, lanam fecit ai loro piedi.

I due affreschi sono opera di Giorgio Peri e Antonio Morato. Con loro, Ferruccio Ferrazzi, Bruno Saetti, Achille Funi, Gino Severini, Giovanni Dandolo, Fulvio Pendini, Pino Casarini, Pietro Fornasetti: narratori di immagini. La legge del 2%, istituita nel 1942, obbligava a investire tale percentuale sulle opere d’arte, dando spazio agli artisti locali. Grazie a questa legge i pittori della città hanno potuto esprimersi, nelle aree a loro dedicate. Hanno raccontato i punti più alti delle discipline padovane nelle rispettive sale di Laurea: Galileo in Scienze, l’immortalità dell’anima discussa tra averroisti e aristotelici in Lettere, l’anatomia in Medicina, Venezia dominatrice tra pace e giustizia in Giurisprudenza. Hanno imposto la supremazia di Padova sulle tre Venezie con gli affreschi della galleria del Rettorato. Ricordato gli ex studenti divenuti santi e beati. Narrato le gesta della fulgida Italia in Basilica.

La legge del 2% dava spazio e imponeva il controllo. Gli affrescatori furono la mano e le corde vocali del rettore Carlo Anti, l’uomo che volle restaurare palazzo Bo, e della sua musa ispirata, il milanese Gio Ponti, l’architetto e il direttore d’orchestra, dei muri e dell’armonia che arreda e veste la sede universitaria: le sale del Circolo dei professori, luogo alternativo al caffè Pedrocchi dove condividere i momenti di pausa; la galleria del Rettorato; la scala del Sapere che congiunge queste stanze all’atrio degli Eroi. Gli affreschi del Ponti narrano lo studente nella sua ascesa didattica, tra le scienze naturali, le astratte, le arti e le scienze morali. Sulla sommità esclama “anchora imparo!”, ormai vecchio, al cospetto dell’Alma Mater, il cui trono sta sui libri scritti e ancora da scrivere. All’angolo, il setaccio che vaglia i più meritevoli e passa di sguincio i raccomandati, dal foro in basso a sinistra.

Ma palazzo Bo non racconta solo glorie, arte e buone intenzioni. Non sarebbe storia altrimenti. Parla di celebrazioni magniloquenti, come la visita del Duce a Padova, nel 1923, sulla parete che separa la Basilica dal Senato accademico. Di imprese vuote, come la Guerra civile spagnola. Parla di morti, patriotti, ognuno a suo modo. Si esprime, burbera, in quella parte di Bo definita ala Fondelli, dall’architetto che la progettò per ampliare la sede, tra il vecchio edificio e la Riviera, al tempo ancora fluviale. E sussurra, nel piano interrato, tra le mura spesse che impedivano ad acqua e fango di filtrare. Lo fanno ancora: oggi però custodiscono, oltre a impedire.

Scartoffie, le definirebbe qualcuno; in realtà documenti, atti appartenenti ai Consorzi edili, le organizzazioni che hanno permesso al Bo di esistere e resistere. Storie noiose, ma pur sempre storie, al momento esportate nel deposito di Legnaro per ristrutturazione. Il sotterraneo di palazzo Bo sibila, quando rivela iscrizioni latine, forse del ponte che permetteva a via san Francesco di attraversare il fiume Bacchiglione. A voce strozzata, singhiozza nella sala dei gessi, il deposito dove vengono custoditi busti di uomini importanti del passato, di re e dittatori, pezzi di colonnati; tace di fronte alle porte antigas, montate in occasione della Seconda guerra mondiale. Una precauzione, nulla di più.

Infine, torna a sospirare quando si scoprono altri corridoi, schiacciati dal soffitto, dove attendono insegne littorie, quadri, crocefissi, pannelli celebrativi e bilance galileiane in oro, i muri bianchi che corrono sotto il Cortile e riportano alla luce, alla voce di tutti i giorni; inspira verso l’alto, quando gli occhi sono gli unici a cui è permesso di salire le scale in legno, cigolanti e instabili, della torre del Bo, o di quel che ne resta, nel buio e nella pietra medievale.

Resta un ultimo angolo, una eco che scende e risale dal secondo al terzo piano, alla luce di candele artificiali. È un teatro: un tempo veniva studiata l’anatomia del corpo umano: un’occasione per scoprire, un evento pubblico. Visto da sotto il tavolo operatorio, il cono si apre verso il soffitto; da sopra, nella penombra del luogo e di coloro che assistettero, preme il silenzio, forte. Dal buio del teatro anatomico, a quello della sera che avanza, uscire dal Bo, in un giorno come tanti.

 

 

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