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Attualità
28 Novembre 2014 12:00

Voto in trentesimi: un'eredità del passato

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Lo studente universitario medio conosce bene la sottile soddisfazione di veder crescere l’elenco dei voti registrati sul libretto. Se poi c’è qualche 30, con o senza lode, meglio ancora. Il voto in trentesimi fa presto dimenticare che il massimo che potevamo ottenere alle superiori era il dieci. Perché all’università invece è 30? Che differenza c’è tra un 25 e un 26? Che spettro di variabili esiste tra il 18 e il 30? Perché è il 18 a decretare la sufficienza?

La risposta parte dal numero tre. Fino a gli anni Settanta circa, tre erano i docenti in commissione d’esame che decidevano il voto. Ciascuno aveva dieci punti a disposizione, proprio come alle superiori, dove il dieci era il massimo e il sei decretava la sufficienza. Per passare l’esame, lo studente doveva guadagnarsi un sei da ciascun professore: 6 x 3 = 18. Ecco spiegato perché proprio il bistrattato 18 è il voto minimo per ottenere la sufficienza. Lo stesso vale per il massimo dei voti (10 x 3 = 30).

Ora che un solo docente ha a disposizione una scala di 13 voti (più la lode), viene spontaneo chiedersi con quale criterio venga effettuata la scelta e se non si rischi di sacrificare un giudizio chiaro sulla preparazione dello studente per perdersi invece in funambolismi di finezza valutativa. Scegliere un numero da 1 a 10 è diverso da sceglierlo da 1 a 30: cambia la taratura dello strumento di valutazione e non certo nel senso della semplificazione. Fortunatamente, anche se il voto di un singolo esame ha la sua importanza, ciò che conta realmente è la media, che riduce il peso dell’imprevedibilità di variabili che possono condizionare sensibilmente i singoli valori. È proprio la media a influire su quello che sarà il voto di laurea, espresso in centodecimi perché, in questo caso, la commissione contava 11 membri.

In sintesi: le variabili che giocano nell’attribuzione del voto sono molteplici e non controllabili e l’esame è di per se stesso un campionamento che, per sua natura, contempla tutte le possibilità di errore del caso. Allo studente non resta che prepararsi bene e incrociare le dita: se la matematica non è un’opinione, il giudizio umano è tutt’altro che una scienza esatta.

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